ZOOLANDER 2: IL RITORNO DEL MODELLO BELLO BELLO IN MODO ASSURDO

Come nasce un cult movie? Quali ne sono gli elementi distintivi? Nel 2001 Ben Stiller portò sugli schermi Zoolander. Il film non fece inizialmente troppo clamore, in Italia in effetti uscì forse in un paio di sale, ma seppe in qualche modo conquistare un ampio pubblico nel tempo, soprattutto dopo l’uscita dell’edizione Home Video.  Zoolander è un film demenziale, un continuo eccesso anche di cattiveria, che però, nel prendere in giro in modo parodistico il mondo della moda, ha saputo costruire dei momenti di grande efficacia comica. Forse diventare un cult movie vuol dire proprio avere la capacità di rimanere in testa dopo la visione, sfruttando delle idee archetipiche così potenti da sedimentarsi nell’inconscio e diventare, si perdoni il gioco di parole, modelli.

La “magnum”, la proverbiale stupidità e il narcisismo senza uguali di Derek Zoolander e compagni è talmente marchiana da rendere efficace un impianto narrativo che rasenta la stupidità. L’eccesso, la farsa, la demenzialità sono in questo caso d’appoggio ad alcune intuizioni di Stiller che, nel complesso, hanno reso Zoolander memorabile.

A distanza di 15 anni Ben/Derek prova a riproporsi, forte stavolta di un personaggio diventato parte del nostro universo culturale. Il risultato è un film che non avrebbe senso senza il primo episodio, una storia che, necessariamente, è parodia di un genere cinematografico, nell’impossibilità di riprendere in modo pedissequo le specificità della prima opera. Zoolander 2 è un film divertente, ma in modo indefinibile: un po’ come per il primo episodio, vi torneranno in mente situazioni a posteriori, vi sorprenderete della quantità di cammei proposti e apprezzerete la resa dell’effetto nostalgia per i personaggi, rendendovi conto che si tratta di un’operazione commerciale con poco da dire veramente, ma comunque capace di intrattenere piacevolmente. A dispetto di Zoolander, Zoolander 2 non è un film memorabile in sé, vive in buona parte della rendita generata dall’iniziale intuizione di Stiller e della bellezza del setting: una Roma da cartolina, bella e divertente, meno celebrativa di quella Sorrentiniana ma a modo suo più realistica di quella di Allen, una visione americana che sa essere anche contesto e brillare in secondo piano.

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