HUMANDROID: LA RECENSIONE

In una società sempre più polarizzata e violenta, il Sudafrica diviene testa di ponte per l’adozione di automi all’interno delle forze dell’ordine: le unità “Scout”, progettate dal geniale Deon (Dev Patel) e adottate dalla polizia sudafricana, hanno contribuito in modo determinante alla riduzione della criminalità. Il successo di Deon – al contempo causa della rabbia di Vincent (Hugh Jackman), progettista meno brillante e legato a un concetto di robotica più pesante – non è un punto di arrivo: la sua ambizione è infatti creare un robot che abbia coscienza di sé e che sappia apprendere e provare emozioni esattamente come un essere umano. Il sogno non trova però il supporto della CEO (Sigourney Weaver) dell’azienda per la quale lavora, che non vede in esso alcun margine di profitto. Tuttavia l’occasione si presenta nel momento in cui l’unità 22 viene danneggiata in modo irreparabile e lui ha modo di prenderla e installarci il software sul quale lavora da tempo. Peccato che una banda di disadattati, Ninja, Yolandi e America, riesca a impadronirsi del droide, che avrà così i peggiori insegnanti per apprendere cosa significhi essere senziente. È così che nasce Chappie: un robot con le competenze e le capacità di apprendimento di un neonato, al quale insegnare, con intenti ben diversi, come si sopravvive e ci si rapporta con il mondo. Le conseguenze di questa “educazione” innescheranno reazioni a catena, che vedranno tutti i personaggi coinvolti cercare di difendere il proprio tornaconto e le proprie ambizioni in una guerra che difficilmente potrà vedere dei netti vincitori e dei palesi sconfitti.

CONTINUA

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