Brian Wilson è universalmente riconosciuto come una delle più influenti personalità della musica contemporanea. Membro fondatore e principale autore dei Beach Boys, ha avuto una strabiliante carriera musicale, ricoprendo tutti i principali ruoli da autore a produttore. Love & Mercy, diretto da Bill Pohlad, ne ripercorre una consistente parte di vita procedendo su due linee narrative che intersecano passato e presente. Vediamo un giovane Wilson, interpretato da Paul Dano, sviluppare il proprio talento musicale insieme ai fratelli e al cugino, in perenne conflitto creativo e personale con il padre. La sua grande carica innovativa e la voglia di sperimentare lo portano a comporre strepitosi successi, per poi seguire un proprio sviluppo autoriale che ne condiziona i rapporti e la carriera. Il musicista si dedica infatti all’uso di droghe, che ne alimentano le difficoltà psicologiche, alienandolo progressivamente dalla realtà. Anni dopo, Wilson (interpretato da John Cusack) è adulto, sotto le cure e il ferreo controllo del dott. Eugene Landy (Paul Giamatti). Le terapie del medico sono estreme, così come la sudditanza psicologica imposta al paziente. Conosciuta per caso Melinda (Elizabeth Banks), una venditrice di auto, Wilson inizia con lei una relazione che sembra poterlo portare a ritrovare il proprio equilibrio.
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THE IDOL: LA RECENSIONE
Ispirato alla storia vera di Mohammed Assaf, cantante palestinese vincitore del talent show Arab Idol, The Idol è l’ultima fatica di Paradise Now e Omar. Il film ripercorre la storia di Mohammed dall’infanzia sino alla partecipazione allo show, costruendo il resoconto della vita nella striscia di Gaza per un gruppo di bambini dai grandi sogni, che non si arrendono alla realtà da incubo in cui vivono. Mohammed e sua sorella Nour hanno l’uno un grande dono e l’altra la determinazione di vederlo applicato: Mohammed cantando sa far stare bene le persone, che si astraggono dal contesto di miseria in cui vivono e, per il tempo di una canzone, riescono a ritrovare il sorriso. Questo talento è qualcosa che lascia sperare in un avvenire migliore e, una volta cresciuto, Mohammed saprà dimostrare – soprattutto a chi ci abita – che da Gaza può venire anche qualcosa di bello.
BATMAN V SUPERMAN – DAWN OF JUSTICE: LA RECENSIONE
Sulla scia dei successi al botteghino di film come The Avengers, era da tempo che ci si aspettava anche dall’universo DC la realizzazione di opere che trasponessero su schermo le interazioni fra i principali eroi della casa fondata da Malcolm Wheeler-Nicholson, in primis l’Uomo d’Acciaio e il Cavaliere Oscuro. Batman v Superman: Dawn of Justice è il primo prodotto di questa strategia, ed è un film chiamato a sostenere una serie di gravosi compiti, tutti parte della missione principale. Se già far incontrare Batman e Superman, soprattutto alla luce delle diverse e alterne fortune avute dai due sullo schermo nel recente passato, non era compito banale, introdurre una serie di altri personaggi ad oggi non riconoscibili per un pubblico cinematografico mainstream ha comportato un lavoro per il quale gli sceneggiatori non si sono dimostrati sempre all’altezza, generando un film eccessivamente lungo rispetto a quanto mostrato su schermo, ma troppo breve per dare vera contezza dell’eccesso di contenuti inseriti.
RISORTO: LA RECENSIONE
Le premesse di Risorto, nuovo film di Kevin Reynolds, sono da rintracciare fra le pagine dell’omonimo libro di Angela Hunt, dedicate ai giorni immediatamente successivi la crocifissione di Gesù. Il tribuno Clavius (Joseph Fiennes), già incaricato da Ponzio Pilato (Peter Firth) di seppellire Gesù (Cliff Curtis) in un sepolcro anziché abbandonarlo nella fossa comune, riceve l’ordine di far sorvegliare la tomba per i tre giorni successivi alla morte, in modo da dare al sinedrio la prova che il profeta non era altro che un ciarlatano. I soldati messi di guardia da Clavius si ubriacano e si addormentano nel mezzo della loro veglia e il terzo giorno il sepolcro viene trovato vuoto. Clavius è allora incaricato di ritrovare il cadavere trafugato, ma l’indagine cui si dedica lo porterà a essere testimone di qualcosa che la sua mente non può spiegare.
#appuntidiviaggio: MALTA
Dopo due settimane in cui mi sono abituato a partenze in orari improbabili, la sveglia alle 6.00 per la trasferta del weekend a Malta di questa settimana è risultata particolarmente agevole, e così, ecco che alle 9.30 sono nella terra dei Cavalieri.
Ad accogliermi c’è il padrone del B&B che ho prenotato: mi è venuto a prendere in macchina, perché pur essendo abbastanza centrale, il B&B non è immediato da raggiungere. La scelta di farmi accompagnare si rivela azzeccata anche perché Marco è simpaticissimo e inizia subito a spiegarmi una serie di cose sull’isola e sui suoi abitanti. Non me ne vogliano i Maltesi, ma non sapevo ad esempio che il maltese fosse una lingua a sé, frutto di una sorta di fusione fra l’arabo e il latino, codificata ex post grazie ai Cavalieri di San Giovanni. Non ho avuto ancora occasione di verificare tali informazioni, ma mi son sembrate verosimili e interessanti. Ovviamente però a Malta l’inglese lo parlano tutti ed è molto diffuso anche l’italiano, per evidenti ragioni di contiguità geografica, soprattutto fra i meno giovani che hanno avuto modo di impararlo, un po’ come gli stessi italiani, dalla televisione.
Quel che salta all’occhio subito, una volta arrivati a Malta, è il contrasto fra il blu del cielo e del mare e l’ocra chiara di buona parte degli edifici, costruiti in una pietra che si scurisce nel tempo a causa delle piogge ricche di sabbia del deserto, provenienti dalla Libia, determinando dei cambi di tonalità che, come gli anelli di un albero, possono dare un’idea approssimativa dell’età degli edifici. Naturalmente esistono anche edifici moderni, ma la pietra è comunque molto diffusa anche fra le costruzioni non storiche.
Giunto al B&B ho fatto la conoscenza anche di Josie, la proprietaria della struttura in cui ho alloggiato. Oltre ad aver arredato con gusto i locali e avermi dato una camera che non avrebbe sfigurato in un 4 stelle, Josie mi ha illustrato La Valletta e i modi migliori di raggiungerla e visitarla, semplificandomi molto la gestione del tempo a disposizione, in questa occasione meno del solito con il volo di rientro la domenica pomeriggio.
Uscito dal B&B, mi sono subito reso conto che anche Malta, come Lisbona, è una realtà per camminatori che non temono i dislivelli…Per arrivare al traghetto (costo €1.50 o €2.80 per l’A/R) ho attraversato il quartiere di San Julian percorrendo una linea retta che lo taglia a metà, incurante della collina su cui è costruito.
Il quartiere, che non fa parte della zona più antica della città, presenta comunque una delle caratteristiche base dei palazzi di Malta: i balconi coperti che spuntano un po’ su qualsiasi muro, rendendo il passeggiare per le lunghe vie un’attività dal contesto sempre vario.
Il traghetto da St. Julian a La Valletta è anche un’occasione per vedere la città dal mare e verificare come si tratti di una roccaforte, di cui il Forte Sant’Elmo è il punto inespugnabile. Sceso a terra eccoci di fronte ad una nuova maxi-salita…essendo arrivato dal mare, la prima cosa che ho fatto è stata recarmi alle porte della città per vedere l’accesso da terra, con i bastioni delle spesse mura ad introdurre su una piazza molto originale, nella sua commistione di antico e moderno. Fra centro congressi, negozi e zona concerto all’aperto l’effetto complessivo è gradevole e curioso.
Girando a destra sono finito su un’altra ampia piazza, sul cui lato si sviluppa un bel giardino con vista panoramica sulle Tre Città, i tre conglomerati urbani sviluppatisi sulle altrettante lingue di terra al di là della baia. Al pari di La Valletta, si tratta di vere e proprie roccaforti, ricostruite in modo disordinato ma in qualche modo armonioso dopo i bombardamenti subiti durante la Seconda Guerra Mondiale. Dall’angolo del giardino si può prendere un ascensore che porta al livello del mare, essendo La Valletta costruita in posizione sopraelevata.
Uscito dal giardino ho girato a lungo fra le tante vie del centro di cui le tre principali sono rette parallele che congiungono l’area della piazza principale e il Forte Sant’Elmo sulla punta della penisola. Camminare per Malta, al di là dei saliscendi, è piacevole per la serie di profumi che riempiono l’aria: sarà che era quasi l’ora di pranzo, ma fra odore di pane, dolci e pietanze varie c’era di che rimanere inebriati. Mi son sforzato di proseguire ancora un po’ prima di mangiare, visitando la cattedrale e quindi peregrinando fra le varie chiese (anche di diverse confessioni, dagli anglicani agli ortodossi) e i palazzi del potere di una città che ha visto passare veramente tanti conquistatori: romani, arabi, cavalieri, francesi, inglesi… ognuno ha lasciato il suo segno in una terra che per tanti versi, pur avendo una forte identità nazionale, è un inno al multiculturalismo. Alla fine il pranzo l’ho ritardato totalmente per visitare il Forte Sant’Elmo. La visita interna è interessante per come la mostra sulla storia del forte è contestualizzata rispetto agli eventi contemporanei: secoli di storia si dipanano lungo un percorso che ha visto questa piccola isola, così strategicamente localizzata, sempre al centro di tutti i movimenti di popoli ed eserciti, tanto da avere ancora oggi una sua riconosciuta rilevanza.
Al termine della visita mi son concesso un rapido pranzo in un bistrot molto carino. Il piatto tipico di Malta sembra sia il coniglio… La cosa mi ha un po’ sorpreso, ma non essendone un’amante ho ripiegato su un meno tipico spaghetto alle vongole, per altro di discreta fattura. Dopo pranzo il mio giro è proseguito con la visita delle Tre Città. Anche qui si giunge rapidamente con un vaporetto che funziona al pari di un autobus. Rispetto a La Valletta le Tre Città presentano architetture più variegate, dovute alle ricostruzioni post II Guerra Mondiale, e ospitano una Marina di piccole dimensioni ma molto ben organizzata e tenuta. La sensazione generale passeggiando per le vie di Malta è di un paese tranquillo, sia socialmente che economicamente: i servizi funzionano bene, la gente è affabile e disponibile… Insomma ci si trova bene, tanto più che l’economia è effettivamente in crescita, l’imposizione fiscale non è elevata e ci sono tanti incentivi.
Queste informazioni mi sono state date da un amico che si è trasferito a Malta da 3 anni ed è contentissimo della scelta. Con lui e un terzo amico, che fa invece la spola fra qui e lì, siamo andati a cena nei pressi di St. Julian e, tanto per sottolineare il benessere diffuso, non avendo prenotato abbiam dovuto girare 4 ristoranti per trovarne uno che avesse posto. La cena è stata occasione per vedere la parte più viva della città e verificare come l’offerta di ristoranti sia ampia e variegata, con tutte le cucine tipicamente presenti in una qualunque metropoli – cosa che di fatto il conglomerato composto da La Valletta e realtà limitrofe non è – rappresentate. Noi alla fine abbiamo optato per un ristorante…italiano…non voletemene, il contesto non ha permesso il lusso della scelta.
L’indomani, con la partenza fissata nel primo pomeriggio, dopo abbondante colazione mi sono recato in un paesino dal nome impronunciabile, Marsaxlokk. L’idea della trasferta me l’hanno data i gestori del B&B, dicendomi che, oltre a trattarsi di un classico villaggio di pescatori, la domenica si tiene un mercato del pesce particolarmente apprezzato. Sotto una pioggia piuttosto insistente, mi sono avviato e sono arrivato in questo paesino dopo un paio di cambi d’autobus. Il mercato si sviluppa praticamente lungo tutto il lungomare di Marsaxlokk e in effetti non si vende solo pesce, ma un po’ di tutto, in un mix di colori e profumi – anche il pesce è evidentemente freschissimo e non si sente quell’odore che mi fa passare in apnea davanti alle pescherie. Preso qualche souvenir, mentre tornava a splendere il sole, e ammirate le coloratissime barchette locali, è arrivata l’ora di tornare sui miei passi e avviarmi verso l’aeroporto, soddisfatto di un nuovo “weekend molto fuori porta”.
DRAGHI D’ORO 2016: I PREMI ITALIANI DEI VIDEOGIOCHI
Si è tenuta ieri, presso il Tempio di Adriano a Roma, la cerimonia di consegna dei Draghi d’Oro, i Premi Italiani del Videogioco istituiti nel 2013 da AESVI (Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani).
Trionfatore della serata è stato THE WITCHER 3: WILD HUNT. A ritirare i premi ricevuti (oltre a MIGLIOR VIDEOGIOCO 2015 anche MIGLIOR VIDEOGIOCO DI RUOLO e PREMIO SPECIALE DEL PUBBLICO) è stato Konrad Tomaszkiewicz, Game Director di CD PROJEKT RED.
Sul piano italiano STORM IN A TEACUP è lo studio che è riuscito ad imporsi con N.E.R.O.: Nothing Ever Remains Obscure come MIGLIOR VIDEOGIOCO ITALIANO 2015 e MIGLIOR GRAFICA VIDEOGIOCO ITALIANO. A ritirare il premio un raggiante Carlo Ivo Alimo Bianchi, CEO della Società, insieme ad una corposa rappresentanza dello studio.
#appuntidiviaggio: LISBONA
Un’altra alzataccia è il preludio per un nuovo weekend “molto fuori porta”: destinazione della settimana è Lisbona.
Come nella precedente occasione la sveglia molto mattiniera è stata ammortizzata in volo e la capitale lusitana mi ha accolto ancor prima di atterrare: già, perché qui l’aeroporto è decisamente cittadino, e la rotta del fido RyanAir passa sopra il centro, per di più abbastanza basso da distinguere agevolmente i monumenti più famosi. Una volta a terra, mi sono avviato verso la metropolitana, probabilmente il modo più veloce per arrivare in centro. Due sono le prime cose che mi hanno colpito: il sistema di trasporti è integrato e molto efficiente, con 50 centesimi si prende una card ricaricabile e con 6 Euro ci si carica un biglietto da 24 ore; la seconda è che qui il biglietto sui mezzi pubblici lo fanno TUTTI…alla faccia del “fare il portoghese”: magari fosse!

La metro, dopo un cambio di linea, mi lascia esattamente a Praça da Figueira, una delle piazze più centrali, sulle quali affaccia la pensione che ho scelto come punto d’appoggio. Rispetto al 4 stelle di Bucarest è un alloggio decisamente più spartano, ma pulito e con gestori molto simpatici, per 35€ a notte colazione inclusa è quasi lusso, soprattutto contando che ci devo solo dormire. Mollato lo zaino mi son buttato in giro, senza una meta precisa. Uno dei vantaggi di questi viaggi in solitaria è che puoi prenderti i tempi e i modi che vuoi: a me piace molto il perdermi per le strade di una città dietro all’intuizione o alla voglia del momento, scoprendo così il contesto in cui mi trovo poco a poco. In questo caso il richiamo dei dolci di una pastelaria è stato lo stimolo per la prima fermata: essendo le 10.30 una seconda colazione ci stava bene e, sapendo di dover aspettare di essere a Belem per assaggiare le famose pasteis de nata, ho ripiegato su una paste de Berlim, ovvero una specie di bomba con un ricco ripieno di una crema giallo scuro, molto sfiziosa per quanto meno originale di tanti altri prodotti (avevo appetito e quello mi era sembrato – e si è confermato – un ottimo riempitivo).
Nota metereologica: non so dire se sia la norma a Lisbona, ma io ho trovato un tempo che sarebbe stato perfetto a Londra. Forse a causa della vicinanza dell’oceano e per il vento quasi costante, ma le condizioni sono cambiate repentinamente almeno una decina di volte al giorno, con piogge di intensità diversa che nel giro di 5-10 minuti tornavano a lasciare il posto al sole…questa schizofrenia meteo mi ha più che altro divertito e ha contribuito a rendere originale il weekend.
Se decidete di andare a Lisbona e vi piace camminare, preparatevi a due aspetti che caratterizzeranno le vostre peregrinazioni: è una città di saliscendi imperiosi, avrete quindi da affrontare erte salite e ripide discese fra scale e strade di mirabile pendenza; a parte le strade della Baixa, ovvero la città bassa – e questo dovrebbe suonarvi come un indizio di quanto detto al punto uno – non c’è una strada una che sia dritta! Fra saliscendi e strade che si aggrovigliano, le conseguenze sono che per quanto sia sviluppato il vostro senso dell’orientamento, ci saranno momenti in cui vi chiederete come diamine siete finiti dove siete; in seconda battuta, i luoghi in linea d’aria sono tutti vicini (Lisbona tutto sommato è abbastanza “concentrata”), ma non sono mai raggiungibili in modo diretto.
È così che dalla Baixa io mi sono arrampicato per il Bairro Alto, zona caratteristica della città, dove si concentrano una serie di monumenti e punti d’interesse, insieme ad una pletora di locali di ogni tipo (ovviamente più evidenti la sera che la mattina). Dal Bairro, in qualche modo, sono finito alla Basilica da Estrela, con annesso parco, davvero bello e curato. Per mia fortuna e gioia, accanto alla basilica c’è il capolinea del 28. Lungi dall’essere una banale linea di trasporto pubblico, il 28 è praticamente la manna del turista di Lisbona: si tratta di un tram monovettura vecchio stile, che sferraglia amabilmente lungo un percorso che più turistico non si può. In pratica salire su questo tram equivale a farsi un sightseeing tour compreso nei 6 euro di cui sopra ed è un’esperienza che merita di essere fatta. Partito dal capolinea, sono arrivato al capolinea opposto, con l’intento di andare a visitare il castello di Sao Jorge.
Ecco, se andate a Lisbona non fate il mio errore, scendete prima, diciamo all’altezza di Portas do Sol, perché sulla cartina pare che il capolinea a Martim Moniz sia accanto al castello, quello che non si evince è che fra dove arriva il tram e il castello c’è un dislivello che si colma a suon di rampe di scale che daranno tanta soddisfazione al vostro personal trainer. Giunto in cima, per altro, non si è neanche al castello, perché l’ingresso è sul lato opposto, come mi ha gentilmente spiegato una guida incontrata vagando per le mura della fortezza.
Apro una parentesi sulle persone del posto: gli abitanti di Lisbona, per quel che ho visto sono gente aperta, solare e disponibile. I più giovani spesso parlano anche bene l’inglese, dalla mezz’età in poi se non sapete il portoghese vi ritroverete a capirvi a gesti, dando vita a simpatici siparietti che in ogni caso da qualche parte vi porteranno. Unica nota fastidiosa sono gli spacciatori: al centro dal pomeriggio ce ne sono tanti, sono appiccicosi e insistenti, al punto da indurmi inizialmente a pensare di avere l’aria di un tossico… Mi ha un po’ rincuorato notare che ogni giovane che passava era oggetto delle stesse attenzioni…in ogni caso per quanto noiosi non hanno mai rappresentato un problema reale.
Torniamo a noi. Finalmente entrato nel castello, ho avuto modo di guardare la città da quello che è uno dei migliori punti d’osservazione su Lisbona. La prima cosa che dovrebbe saltarvi all’occhio è la larghezza del Tago a ridosso dell’oceano: la foce di un fiume dovrebbe segnarne l’ingresso nel mare… Le dimensioni del Tago fanno sembrare che sia il mare a voler risalire il fiume, è uno spettacolo che colpisce, e che spiega la necessità di quella copia del Golden Gate che è il ponte 25 de abril. Guardare la città dal forte dà l’idea della sua conformazione, oltre a confermarvi che se a fine giornata avrete le gambe a pezzi non è necessariamente solo perché siete fuori allenamento… Uscito dal forte mi sono perso per le stradine dell’Almeda, il quartiere di origine araba, fino ad arrivare alla chiesa di Sao Vicente de Fora, che per me è stata anche la porta d’ingresso per la Feira de Ladra, un mercatino delle pulci, dalle origini intuibili, che per mia fortuna si tiene di sabato. Di fatto non ho comprato niente, ma girare fra i venditori più o meno improvvisati è stato molto divertente!
Successiva tappa è stata la Praça do Comercio, enorme piazza monumentale che affaccia sul Tago ed è, con il suo bell’arco, la porta d’ingresso ufficiale alla città di Lisbona. Varcato l’arco ci si ritrova su Rua Augusta, nuovamente proiettati verso il centro. Se vi interessa lo shopping alto borghese vi conviene arrivare su Avenida Da Libertade, che anche senza velleità d’acquisto vale la pena percorrere.
Dopo una pausa in albergo, ma prima di andare a cena, ho preso il tram 15, che in circa un quarto d’ora abbondante porta a Belem, il quartiere storico in cui trovano sede molte delle istituzioni culturali della città, come il Mosteiro dos Jeronimos e la famosa Torre di Belem, uno dei simboli più riconoscibili di Lisbona. La torre di sera mi ha dato modo di confermare un’idea che mi stavo già facendo, ovvero che a Lisbona vale davvero la pena di venire in compagnia e con più tempo: c’è tanto da vedere e molti modi di divertirsi se si viene fra amici, se si sceglie la dolce compagnia è ancora meglio, perché è una città romantica e ricca di poesia. La lunga passeggiata a Belem (sì, ci sono andato in tram, ma dal monastero alla torre e ritorno un po’ ci vuole) mi ha messo appetito… Avevo adocchiato un posto in cui mangiare e ascoltare il famoso fado dal vivo, ma per mia sfortuna mi sono dovuto accontentare solo di un’ottima cena, perché il concerto sarebbe stato il giorno dopo… A parte i dolci, che sono proprio un capitolo specifico, a Lisbona si mangia bene un po’ dappertutto e, malgrado il famoso bacalau sia buono e vada provato, si può trovare un po’ di tutto… Io per l’appunto ho provato il bacalau accompagnato da un buon vino rosso (già che c’ero…!) e l’esperienza è stata decisamente positiva. Tutto questo avveniva nei pressi di Cais do Sodre, in pratica il vecchio porto, che tirato a lucido è diventato zona che potremmo definire hipster, ma senza spocchia.
Da lì, spinto da uno spirito di masochismo senza pari, sono risalito al Bairro, che come detto la sera riempie di vita, luci e colori. Facendo foto in questo contesto, oltre ad apprezzare la luce e i suoi giochi, ho notato che i lampioni, a forma di lanterna, sono caratteristici e onnipresenti: riguardando le foto, 9 volte su 10 ce n’è uno in mezzo. Da solo non è che avesse molto senso buttarsi in qualche locale, per cui mi sono limitato a fare un bel giro e rientrare alla base. L’indomani per prima cosa sono tornato a Belem per mangiare le famose Pasteis e vi garantisco che valgono da sole il viaggio. Non a Belem. Proprio in Portogallo.
Di giorno la zona è sempre bella, meno suggestiva che di notte e decisamente più popolata, ma ho avuto modo di vedere l’interno dei posti che la sera prima avevo potuto ammirare solo da fuori. Ripreso il 15, non pago delle scarpinate del giorno prima, sono salito al Convento da Graça, che col suo Miradouro permette una differente prospettiva sulla città, incluso il castello. A questo punto ho scelto un bistrot, il Gato Pardo, per un pranzo rapido. Nuovamente sono stato accolto in maniera piacevolissima da una ragazza gentile che mi ha spiegato voce per voce il menù in portoghese. Antipasto con formaggio fresco e un secondo di carne sono state le gradite scelte, per un costo complessivo, compreso il vino, di 16(!) euro… Il tempo che rimaneva prima di avviarsi all’aeroporto l’ho speso per vedere un altro paio di chiese e continuare a girovagare per l’Alameda, mentre in me si confermava la volontà di tornare in questa città semplice e articolata, per dedicarle il tempo che merita una così elegante regina.
REGALI DA UNO SCONOSCIUTO: LA RECENSIONE
Il thriller è un genere capace di suscitare grandi emozioni, tenendo col fiato sospeso,instillando dubbi e disattendendo le certezze per arrivare a un epilogo inaspettato. Proprio per queste sue caratteristiche, realizzare un film di genere che sappia risultare originale e imprevedibile non è certo un’impresa facile. Joel Edgerton mostra di avere coraggio e affronta come suo primo lungometraggio da regista Regali da uno sconosciuto, da lui stesso scritto.
#appunti di viaggio: BUCAREST
Approfittando di un’ottima offerta trovata sul sito di Ryan (20€ per un viaggio andata e ritorno tasse incluse!) ho deciso di passare un weekend toccata e fuga a Bucarest, capitale della Romania, una di quelle mete che non credo avrei mai scelto per un viaggio più lungo.
La grossa convenienza economica non corrispondeva ad una grande comodità dei voli, non tanto per i limiti intrinseci della compagnia, ma per l’orario del volo di andata: 6.30 del mattino da Ciampino… A dispetto dell’alzataccia, però, avendo dormito per l’intera tratta, mi sono ritrovato a godere integralmente della prima giornata, cosa che su una permanenza così breve ha avuto grande rilevanza. Bucarest mi ha accolto con una pioggerellina neanche troppo fastidiosa ed un clima freddo, ma non gelido. Dall’aeroporto alla città ho scelto di prendere l’autobus ed è la soluzione che consiglierei a chiunque decida di visitare la capitale rumena: con meno di 10 Lei, corrispondenti a circa 2.50€, si prende la tessera e ci si trova caricati i viaggi di andata e ritorno, sfido a trovare un contesto più conveniente. Per altro, il bus compie un tragitto che si conclude a Piata Unirii, un’enorme piazza che può essere considerata il centro della città, percorrendo un tragitto che permette di vedere alcuni dei monumenti di Bucarest, come l’Arco di Trionfo, e percorrere viali caratteristici.
Proprio su questi viali ho avuto la prima impressione di come questa città, e probabilmente l’intero paese, sembri sospeso fra la tradizione pre-comunista, con begli edifici molto centro europei, e le vestigia autocelebrative della pesante dittatura dalla quale i rumeni si sono liberati nel 1989. A contornare questi due elementi, palazzi che sembrano tutti rimandare ad un’immensa periferia, ma che di fatto si trovano anche nel bel mezzo della città, in un amalgama di bello, monumentale, pacchiano e squallido, che nell’insieme in qualche modo risulta affascinante… È come se di palazzo in palazzo, anche in una stessa via, si viaggiasse continuamente avanti e indietro nel tempo.
Arrivato in albergo, una struttura comoda e moderna posizionata strategicamente fra la piazza centrale e la città vecchia, mi sono concesso una doccia prima di partire in esplorazione. Non avevo un programma particolare, ma in un certo senso è la città stessa a guidare il turista: essendone a ridosso sono passato per la Città Vecchia, imbattendomi per prima cosa nei pochi resti della corte di Re Vlad, il famoso Dracula. Niente di straordinario: davvero poco è sopravvissuto e in mancanza di indicazioni e del busto del suddetto presunto vampiro, probabilmente avrei scambiato il sito per una delle tante aree di costruzione o in apparente stato d’abbandono che capita di incrociare un po’ ovunque in città.
La Città Vecchia è la zona dei locali e, seppur fosse solo mattina, già si poteva intuire una vita notturna abbastanza ricca.
Sbucato in qualche modo sulla riva del fiume Dambovita, che attraversa la città, ho deciso, anche complice la pioggia, di andare al Palazzo del Parlamento, la più imponente opera del regime di Ceausescu, che però il dittatore non vide mai compiuta. Frutto della megalomania del dittatore, il Palazzo è il secondo edificio più grande del mondo dopo il Pentagono e indubbiamente la sua imponenza, ma anche grazia, non lasciano indifferenti.
Le visite all’edificio sono ben organizzate e i tour sono disponibili in varie lingue, italiano compreso. Per una questione di tempi e opportunità io ho preso parte ad una visita in inglese, tenuta da una guida, Oana, tanto carina quanto brava e appassionata nel raccontarci la storia è le peculiarità del palazzo. La visita permette di vedere solo un 5% dell’edificio, ma corrisponde comunque a circa 1h e 1/2 di visita e ad una passeggiata di 2km fra le sale, i corridoi e le scalinate di un mausoleo costato il 30% del PIL del paese in un’epoca in cui gli stessi che lo costruivano vivevano per mezzo di tessere annonarie… Essendo stato completato a dittatura finita, il palazzo è diventato più un simbolo della nuova Repubblica di Romania che vestigia del passato, mettendo un po’ tutti d’accordo sulla sua accettazione. La nota di colore è che la balconata modello Piazza Venezia ipertrofica fu usata per la prima volta da… Michael Jackson! Che per salutare i suoi fan disse ‘I love you BUDAPEST!”… Malgrado questo il re del pop ha anche una strada a lui dedicata in città, cosa che per esempio a Roma non mi risulta…
Finita la visita ho continuato a gironzolare senza una meta precisa, fra enormi parchi cittadini e l’affascinante guazzabuglio architettonico che ogni strada di Bucarest rappresenta, per poi mangiare all’ ora del the una via di mezzo fra un pretzel e un panino prosciutto e formaggio – per altro molto gustoso – preso in uno dei tanti take away tradizionali che si incontrano in giro.
Naturalmente anche Bucarest è coinvolta nel processo di globalizzazione mondiale: Starbucks è immancabile, così come tutte le marche tradizionalmente presenti in qualsiasi centro commerciale, compreso quello apparentemente gigantesco sulla piazza centrale.
A dispetto della presenza di linee metropolitane e autobus piuttosto efficienti, ho potuto tranquillamente girare a piedi: le distanze in centro non sono proibitive e personalmente mi diverto di più seguendo itinerari non predefiniti.
La sera la Città Vecchia ha mantenuto le sue promesse, presentandosi luminosa e piena di vita. Anche essendo da solo in giro – anzi, forse a causa di questo – ho dovuto aspettare parecchio per trovare posto in uno dei tanti ristoranti tipici, Caru’ Cu Bere, che nel caso in specie mi ha ricordato molto le classiche birrerie tedesche, sia per gli arredi che per i piatti a forte prevalenza di carne.
Oltre ai locali tipici ho avuto modo di vedere ristoranti di tutti i tipi: greco, giapponese, italiano, francese, turco, vietnamita, texmex… In questo Bucarest mi è sembrata assolutamente allineata con qualsiasi altra capitale europea. L’indomani ho proseguito i miei giri, la pioggia non c’era più, ma permaneva un’atmosfera grigia stile Londra, che creava un po’ un tutt’uno con la città. Sì, perché in effetti, a prescindere dalla tipologia di edifici, il colore dominante di Bucarest è indubbiamente il grigio…
Non si può parlare di una città colorata, salvo i palazzi istituzionali, che il più delle volte sono rivestiti in marmo, e il verde dei parchi cittadini, che sono tanti, grandi e mediamente molto curati e dotati di tanti accessori. In particolare mi ha divertito vedere aree attrezzate per lo sport letteralmente gremite di over 60enni, accanto ai parchi giochi per bambini, entrambi davvero ben tenuti. Confesso di aver preferito enormi passeggiate in giro alla visita di qualche museo, ma davvero le peculiarità architettoniche di questa città mi hanno affascinato. 
Riguardo alla popolazione, devo dire di non aver avuto occasione di approfondire la conoscenza di nessuno, ma su un piano generale ho trovato un po’ ovunque persone gentili e disponibili. Per strada non ho mai avuto la sensazione di dover fare attenzione a chicchessia, neanche nei quartieri meno centrali. Ci sono tanti giovani, per disposizione personale ho fatto più caso alle ragazze, che in media sono molto carine. Quello che mi ha colpito però è che, almeno per quanto ho fatto caso io, non sorridono tantissimo e lo fanno molto poco con gli occhi. Forse è stata solo una coincidenza, ma ci trovo una similitudine con la città, che ha le potenzialità per essere davvero bella, ma non ancora la sicurezza di chi si sente tale.
ZOOTROPOLIS: LA RECENSIONE
Quanti si ricordano dei bei libri illustrati di Richard Scarry vedendo Zootropolis sentiranno un filo di nostalgia e resteranno ammirati di come il nuovo film Disney possa esserne considerato una moderna reinterpretazione. Zootropolis è una grande città in cui tutte le specie animali, evolutesi in forma antropomorfa, convivono pacificamente, rispettandosi vicendevolmente. Almeno, questa è la visione ideale alla base della creazione della metropoli e soprattutto è quanto vuole credere Judy Hobbes, coniglietta così fermamente determinata a diventare un poliziotto da esserci riuscita, creando un importante precedente nella storia della convivenza animale.
La vita di una coniglietta poliziotta cresciuta in campagna si rivela presto molto diversa da come Judy se l’era aspettata: poca considerazione dai colleghi, vicinato rumoroso, cittadini ingrati…ce ne sarebbe davvero di che lasciarsi abbattere… In tutto questo si inserisce anche il contrasto con Nick Wilde, volpe dedita al commercio illegale di ghiaccioli, ben presto coinvolto dalla temeraria coniglietta nelle sue indagini sulla scomparsa di quattordici predatori…
Zootropolis si rivela a questo punto, sotto un’estetica colorata e divertente, tipicamente Disney, un thriller molto ben articolato, ricco di rimandi ai classici del genere e arricchito da tante gag costruite sulle caratteristiche dei vari animali, che risultano spesso davvero molto divertenti e ispirate.
Il doppiaggio italiano del film è stato curato con discreta attenzione e, fortunatamente, ha risparmiato la canzone principale, interpretata da Shakira nelle fattezze della cantante pop Gazelle. Anche le musiche sono di buona qualità, come del resto ci si aspetta da una produzione Disney.
Oltre la buona costruzione come “film di genere”, Zootropolis si fa portatore di importanti messaggi sociali, ancor più forti se si considerano rivolti ai più piccoli: la determinazione di Judy nel realizzare i propri sogni a prescindere da quante volte le si dica che non ce la farà; il messaggio di uguaglianza e al contempo rispetto delle diversità che caratterizza la città di Zootropolis; la volontà di affermare il dialogo a dispetto di ogni pregiudizio, senza pretendere che questi non esistano… Tutti questi contenuti sembrano acquisire particolare rilievo in un contesto come quello attuale, in cui tanti fattori minano la convivenza pacifica dalle sue fondamenta: è bello che si propongano film in cui la consapevolezza dell’importanza di questo valore viene espressa in modo così maturo ed efficace.












