Recensione di Chronicle

DF-05338 - Andrew (Dane DeHaan) succumbs to his darker nature as his telekinetic powers become stronger.

Realizzato da due figli d’arte che rispondo ai nomi di Josh Trank e Max Landis, Chronicle è un’interessante opera prima, che mescola e gioca con diversi generi e forme del cinema, richiamando fortemente film come Cloverfield e District 9.

Andrew è il classico liceale timido e impacciato, con il quale il destino sembra essersi accanito: sua madre è gravemente malata, suo padre è un alcolizzato violento e fuori di casa il ragazzo è vittima degli scherzi dei compagni di classe e delle angherie e della gentaglia del quartiere. Un giorno Andrew decide di comprare una videocamera e riprendere costantemente quello che gli accade: una sorta di cronaca della sua vita, uno schermo attraverso il quale filtrare una realtà alla quale non si sente capace di adeguarsi. La decisione non è priva di contro-indicazioni: molti sono quelli che non apprezzano un comportamento giudicato strano e molesto, in primis suo padre. Cionondimeno, quest’abitudine gli consente di costruire una testimonianza forte dell’esperienza fuori dal comune che farà in compagnia di suo cugino Matt e dell’amico Steve. Insieme ai due compagni, Andrew entrerà in contatto con un’entità apparentemente aliena, che doterà i tre di straordinari poteri telecinetici. Il dono però dovrà essere usato con attenzione, per evitare che diventi una pesante condanna…

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Recensione di All’Ovest niente di nuovo

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Ispirato al celebre romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria RemarqueAll’ovest niente di nuovo è un classico della cinematografia americana, un film del 1930, diretto da Lewis Milestone, divenuto celebre per aver vinto l’Oscar sia per il miglior film che per il miglior regista, e per essere una delle più impietose rappresentazioni della realtà della guerra che Hollywood abbia mai proposto al proprio pubblico.

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Recensione di War Horse

warhorse

Steven Spielberg torna dietro la macchina da presa per dirigere War Horse, adattamento per il grande schermo del romanzo di Michael Morpurgo, già felicemente trasposto in spettacolo teatrale da Nick Stafford. Protagonista della storia è Joey, cavallo di razza dal temperamento indomito, che viene acquistato da un povero agricoltore (Peter Mullan) a dispetto di condizioni economiche tutt’altro che agiate. Il cavallo fa però la felicità di Albert (Jeremy Irvine), che riesce a domarlo e a conquistarne l’affetto, dando vita ad un’amicizia sincera e così profonda da resistere a qualsiasi avversità. Il destino deciderà infatti di dividere i due allo scoppio della prima guerra mondiale, portandoli entrambi sul fronte, ma su strade diverse. Nel corso dei lunghi anni di guerra Joey vivrà mille difficoltà e passerà spesso di mano, conquistando con le sue qualità personaggi di diversa nazionalità ed estrazione sociale, tutti accomunati da un’umanità che nel contesto della guerra sembra essere diventata un bene molto raro…

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Recensione di Albert Nobbs

ALBERT NOBBS

Siamo nella Dublino del XIX secolo. Albert Nobbs (Glenn Close) è un inappuntabile cameriere che lavora presso il Morrison’s Hotel. Nobbs appare come un ometto timido, gentile ed estremamente riservato, che non sembra essere interessato ad altro che a far bene il proprio lavoro. Quest’apparenza nasconde una verità che risulterebbe quanto mai sconveniente: Albert Nobbs è in realtà una donna, costretta da una tragica storia a fingersi uomo per sopravvivere, e votata a soddisfare un unico desiderio nella vita: aprire un piccolo negozio di tabacchi e sposare la giovane cameriera Helen (Mia Wasikowska).

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Recensione di 40 carati

40_carati

Nick Cassidy (Sam Worthington), un ex-poliziotto di New York, è stato accusato di aver rubato un diamante da 40 carati al potente David Englander (Ed Harris), affarista senza scrupoli nel settore del real estate. L’accusa ha comportato una condanna pesante, ma Nick, dopo una rocambolesca evasione, è fermamente intenzionato a dimostrare la propria innocenza, a costo di mettere a rischio la propria vita sul cornicione di uno degli ultimi piani del Roosvelt Hotel di New York. Attirata l’attenzione della folla, dei media e della negoziatrice della polizia Lydia Mercer (Elizabeth Banks), Nick darà il via ad un piano molto articolato, volto a svelare gli intrighi e le cospirazioni che l’hanno incastrato e a stabilire finalmente di chi sia la responsabilità di quanto gli è accaduto.

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Recensione di Moneyball – L’arte di vincere

moneyball

Il baseball è uno sport che in Italia non ha una folta schiera di estimatori, ma negli Stati Uniti è una vera e propria istituzione: vive dei propri miti, delle proprie leggende e soprattutto delle proprie regole. Una di queste è comune a tanti sport e vuole che le squadre che possono spendere un budget maggiore siano le principali candidate alla vittoria finale. Questa legge apparentemente inattaccabile è l’ossessione di Billy Beane (Brad Pitt), General Manager degli Oakland’s Athletics, che ha intenzione di attuare una vera rivoluzione: con l’aiuto del giovane analista Peter Brand (Jonah Hill) e il ricorso ad un sistema di studio delle statistiche che permetta di evidenziare il potenziale nascosto dei giocatori, Billy imposterà la sua squadra secondo nuovi criteri, dimostrando che è possibile ottenere grandi risultati pur non avendo a disposizione budget multimilionari. La sua avventura non sarà facile: avversato da tutti i colleghi anziani, inascoltato dal coach Howe (Philip Seymour Hoffman) e per questo in crisi dopo la prima fase della stagione, Billy dovrà prendere decisioni estreme per far sì che il suo progetto possa decollare.

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Recensione di Polisse

polisse

Il titolo del nuovo film di Maïwenn Le Besco è di per sé indicativo del tema che la regista francese ha inteso affrontare: nato da un errore grammaticale del figlio, Polisse è la storpiatura ad opera di un bimbo del termine police e ben si presta a racchiudere in sé le due ore piene di un film dedicato al lavoro della sezione di “protezione dei minori” della polizia di Parigi.

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Recensione di J. Edgar

J. EDGAR

F.B.I. è un acronimo il cui significato è noto a tutti. Lo stesso cinema, come la televisione, si è fatto carico di diffonderne il mito nel bene e nel male, rendendolo un’istituzione che ha contribuito non poco alla costruzione di una certa idea degli Stati Uniti e dei loro standard di sicurezza. John Edgar Hoover è stato l’anima e il direttore dell’FBI per decadi: entrato nel bureau sotto Coolidge, ne restò a capo fino alla morte, avvenuta 48 anni e 8 Presidenti dopo, diventando una delle figure di riferimento della storia organizzativa e politica degli Stati Uniti del ‘900. Clint Eastwood si focalizza su questo controverso personaggio, costruendo un biopic molto interessante e capace di dare espressione alle mille sfaccettature che compongono la complessità di un individuo. Il ritratto che emerge è tutt’altro che agiografico: J. Edgar viene svelato, tramite un montaggio che alterna sequenze riferibili a diverse fasi della sua vita, tanto nella sua figura pubblica quanto in quella privata, affrontandone le criticità senza edulcorarle.

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Recensione di Real Steel

real steel

In un futuro prossimo e verosimile, Charlie Kenton (Hugh Jackman) è un ex pugile che si guadagna da vivere assemblando robot e allenandoli per la robot boxe, una nuova forma d’intrattenimento che vede enormi automi dall’aria truce darsele di santa ragione su ring non proprio ufficiali. La morte dell’ex compagna lo mette di fronte alla necessità di prendersi cura, almeno per un’estate, di Max (Dakota Goyo), il figlio undicenne di cui non si è mai occupato. Nel corso dell’estate, dopo il fortuito ritrovamento del robot Atom, i due saranno proiettati in una straordinaria scalata al successo nella robot boxe e nella costruzione di una vera relazione padre-figlio.

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Recensione di Il buono, il matto, il cattivo

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Il titolo dato al film di Kim Jee-won contiene tutti gli indizi utili ad inquadrare un’opera decisamente sopra le righe: si tratta di un chiaro omaggio agli Spaghetti Western di Sergio Leone, dal quale è ripreso anche il canovaccio e alcune situazioni fra le più note, condito con degli elementi di estremismo sia estetico che contenutistico, che potrebbero essere classificate come follie vere e proprie.

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