SOUTHPAW: LA RECENSIONE

Billy “The Great” Hope (Jake Gyllenhaal) è il campione in carica dei pesi medio-massimi. La vita gli sorride alla grande: ha una carriera strepitosa, la bella moglie Maureen (RachelMcAdams) e una figlia (Oona Laurence) fantastica. Ha agi e ricchezze derivate da una vita passata sul ring. Tutto questo però si dissolve nell’arco di una sera quando, durante una serata di beneficienza, una lite scoppiata con un altro pugile degenera e porta alla morte di sua moglie. Il mondo di Billy va letteralmente in pezzi e con esso lo stesso pugile, che dovrà però riuscire a risalire la china se vorrà mantenere la custodia di sua figlia e riconquistarne l’amore.

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TO THE WONDER: LA RECENSIONE DA VENEZIA ’69

To the wonder, alla meraviglia, e in particolare a quella dell’amore nelle sue molteplici sfaccettature. Come spesso accade nel rapportarsi alla sensibilità di Malick, il fascino di una tecnica ineccepibile, fatta di fotografia, inquadrature, movimenti macchina, tempi e musiche capaci di costruire affascinanti sintesi audiovisive, si mescola con una riflessione a tutto tondo sul concetto che il regista si è prefisso di raccontare.

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PIXELS: LA RECENSIONE

A dispetto delle apparenze,Chris Columbus dirige un action comedy divertente e ben girato; con effetti speciali e un buon ritmo. Naturalmente il target di riferimento primario è composto da chi, adolescente negli anni Ottanta, ha vissuto il glorioso periodo delle sale giochi e dell’affermazione dei giochi a 8 bit; chi di quel periodo conserva un ricordo patinato, costellato di pixel colorati e schemi da imparare. Le sfide di abilità che costituiscono questa “Guerra fra i Mondi” sono perfette per rendere conto di un modo di approcciare i videogiochi che è stata la peculiarità di un’epoca; vuoi per i limiti tecnologici degli hardware, vuoi per le finalità di software programmati per succhiare quarti di dollaro con la voracità di una sanguisuga. La specificità che distingue i giochi di oggi da quelli del passato è accennata nel film con una discreta competenza, chiarendo perchè non è sufficiente che i protagonisti campioni della nostra razza sappiano “solo” giocare: questi devono essere veri cultori di quella specifica declinazione dell’intrattenimento videoludico.

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BIG GAME – CACCIA AL PRESIDENTE: LA RECENSIONE

Divertente film d’azione teen di matrice finlandese, Big Game – tratto da un romanzo di Dan Smith – si propone in modo originale al pubblico, configurandosi come uno spettacolo certamente non di grande peso, ma capace di divertire e in qualche modo stupire. Se infatti il regista e sceneggiatore Jalmari Helander non rinuncia all’uso di scene d’azione ed effetti speciali propri dei classici film americani, la particolarità dell’ambientazione e della descrizione “rurale”degli abitanti della Finlandia, permette – soprattutto all’inizio del film – alcuni spunti che danno freschezza a un plot altrimenti molto banale. L’interazione fra il potente americano e il giovane finlandese si costruisce nel tempo e permette a entrambi i personaggi di crescere, assumendo maggiore consapevolezza dei propri limiti e delle proprie possibilità: Oskari vive nell’ombra di un padre considerato alla stregua di un eroe nazionale; William Alan Moore ha fatto dell’apparenza la sostanza del suo potere presidenziale. Entrambi hanno bisogno di dimostrare, in primis a se stessi, il proprio valore. Quando i terroristi che hanno abbattuto l’Air Force One si paleseranno per completare il lavoro, i due protagonisti avranno loro malgrado la propria chance di farsi valere.

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TOMORROWLAND: LA RECENSIONE

Tomorrowland è un film che sulla carta aveva molti punti di forza: un setting visionario con scenografie splendide, effetti speciali (non tutti dello stesso livello, ma mediamente molto validi), una serie di temi di riferimento attuali e importanti: ecologia, rispetto dell’ambiente e della vita, prospettive di un futuro migliore e più equo. Eppure ogni buona intenzione si perde in una scrittura – e in una conseguente messa in scena – che sembra il frutto di una stereotipizzazione di Disney, a opera di un reparto marketing plenipotenziario. Quello che poteva essere un film per tutti, ricco di importanti spunti e carico di valori universali (sempreverdi nella loro banalità) diventa una narrazione per bambini la cui superficialità, prevedibilità e verbosità annulla buona parte del bel lavoro fatto per la contestualizzazione estetica delle avventure di Frank e Casey.

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LE REGOLE DEL CAOS: LA RECENSIONE

Ci sono luoghi che hanno saputo diventare simboli, emblemi di un concetto come di un’intera epoca. Così è per la reggia di Versailles, archetipo architettonico e stilistico dell’aristocrazia francese del Settecento. Alla costruzione di questo simbolo partecipò anche una paesaggista francese, Madame Sabine De Barra (Kate Winslet), interprete di un modo di intendere la natura – e la sua organizzazione – che rifuggiva i concetti classici di ordine neorinascimentale. Chiamata da André Le Notre (Matthias Schoenaerts), architetto di corte, a occuparsi di una sezione dei celebri giardini, Sabine compirà un percorso che la porterà non solo a conoscere l’intricato mondo dell’aristocrazia francese di fine Seicento ma anche gli spettri del proprio passato.

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THE GUNMAN: LA RECENSIONE

Nel tempo Sean Penn ci ha abituato alle sue capacità trasformistiche, passando per talmente tanti ruoli da poter perdere il conto. Quello che effettivamente mancava – e che a quasi 55 anni onestamente non ci si aspettava di vedere – era uno Sean Penn in versione palestrata, pronto a menar le mani e a utilizzare armi come neanche Silvester Stallone ne I Mercenari. A prescindere da questa inaspettata caratterizzazione di un perfetto protagonista che, per il resto, attraverso i noti malinconici occhi riesce perfettamente a rendere il tormento del rimorso e dei rimpianti, The Gunman è fondamentalmente un action thriller onesto, realizzato da quello stesso Pierre Morel che già era riuscito a trasformare Liam Neeson in una macchina per uccidere, algida e determinata, con Taken.

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FAST & FURIOUS 7: LA RECENSIONE

Dopo sei film in cui era successo di tutto – dai più semplici incidenti di corsa alle sfide con carri armati e aerei da trasporto – sembrava difficile potersi superare, ma l’introduzione di una caccia all’uomo, incrociata con il più letale degli antagonisti incontrati da Toretto e compagni, ha permesso agli sceneggiatori di introdurre ogni genere di follia, trasformando di fatto Fast & Furious 7 nell’equivalente motoristico di un cinecomic. Non si fraintenda il senso di queste parole: per quanto inverosimili siano le peripezie che i protagonisti del film si trovano a vivere, per lo spettatore diFast & Furious quanto più esagerato è ciò che viene presentato, tanto maggiore è l’esaltazione e il divertimento. Non c’è bisogno di avvisare con il solito “Non provatelo a casa”, il messaggio che passa a livello subliminale è che solo Toretto o John McClane di Die Hard siano in grado di gestire certe situazioni.

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CHI E’ SENZA COLPA: LA RECENSIONE

I quartieri popolari di New York non sono posti facili in cui vivere. Bisogna saper gestire al meglio i personaggi problematici e, naturalmente, i rapporti con la malavita organizzata. Per questo esistono bar che fungono da punti di raccolta per i proventi dei traffici illeciti, conservati in casseforti a tempo da barman che a fine serata si devono premurare di consegnare il bottino al boss di turno. È un lavoro facile, se sai stare al posto tuo. Bob (Tom Hardy) lavora in uno di questi locali, gestito dal cugino Marv (James Gandolfini) per conto della mafia moldava. Bob è un tipo tranquillo, senza grilli per la testa, che non vuole problemi e non cerca dalla vita niente di particolare. Almeno fino a quando non gli capita di trovare un cucciolo di pitbull ferito nel cassonetto di Nadia (Noomi Rapace) e decide di occuparsene. Queste innocenti premesse innescano una serie di importanti cambiamenti nella vita di Bob, che presto si trova suo malgrado coinvolto nella voglia di riscatto del cugino, oltre che nelle eccessive attenzioni di Eric (Matthias Schoenaerts), ex ragazzo di Nadia nonché ex proprietario del cucciolo e assassino dichiarato.

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TERMINATOR GENISYS: LA RECENSIONE

Terminator è un mito assoluto della cinematografia contemporanea. Almeno per quanto concerne i primi due episodi, che sono voci importanti del curriculum di James Cameron e punti di riferimento per il cinema di fantascienza tout court. A questi film è seguita un’altra coppia di episodi cinematografici e una versione televisiva, che hanno espanso l’universo narrativo in cui si combattono Skynet e i Connor ma che hanno anche rappresentato un allontanamento dallo spirito e dalle modalità espressive che avevano saputo imporsi con la protervia di un cyborg in caccia. Terminator Genisys è un esperimento totalmente altro, la vulgata di un mito cinematografico che ha il chiaro intento di rendersi digeribile a tutti, inseguendo – di fatto – le modalità espressive dei film Marvel. Laddove i primiTerminator avvincevano per l’estrema “serietà” di quanto messo sullo schermo, in un continuo inseguimento in cui a farla da padrone era l’ansia per l’impossibilità di arrestare la meccanica ferocia del Terminator (T-800 o T-1000 che fosse), in Genisys la volontà è quella di sciacquare l’azione nello humour, stemperando i toni di un racconto che si fa molto meno claustrofobico.

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