Se il cast selezionato per realizzare un film è quello giusto, anche la più surreale e complessa delle commedie può risultare un successo. Lo sa bene Martin McDonagh, regista di 7 Psicopatici e già vincitore di un Oscar per il corto Six Shooter, che ha affidato i ruoli principali e secondari ad attori di riconosciuto talento come Colin Farrell,Sam Rockwell, Woody Harrelson, Christopher Walken, Tom Waits, Abbie Cornish e Olga Kurylenko.
Autore: Rob
Recensione di Silent Hill: Revelation 3D
Heather Mason ha cambiato ancora scuola, ma è consapevole che anche questa non sarà l’ultima. La sua è una vita fatta di continui spostamenti insieme al padre Harry, con il quale è in fuga da un passato fatto di orrori inimmaginabili.
Heather non è altro che la nuova identità di Sharon, la bambina protagonista del primo Silent Hill, qui quasi diciottenne. Nonostante i tentativi del padre di metterla al sicuro, il legame con la cittadina e con gli orrori che la abitano continua ad attirarla verso il proprio passato attraverso incubi dall’esasperante realismo. In seguito al rapimento di Harry da parte dei fanatici abitanti di Silent Hill, Heather si trova a dover far ritorno al luogo in cui ha avuto origine la tenebra che avvolge la sua storia.
Recensione di Silent Hill
Videogiochi e horror sono concetti che si rapportano facilmente, e se all’equazione si aggiunge cinema sicuramente si otterrebbe un risultato: Resident Evil. Ma come ogni equazione, anche qui cambiando una variabile il risultato non può che essere differente. Se a Capcom sostituiamo Konami, allora stiamo parlando dell’adattamento cinematografico di Silent Hill, survival horror che, rispetto al capolavoro Capcom, costruisce le proprie zone di inquietudine ricorrendo al paranormale e all’occulto anziché a zombie e mutazioni genetiche.
Recensione di Resident Evil: Retribution
Creare un videogioco e realizzare un film sono due cose molto diverse, che implicano competenze, modalità di fruizione, approcci differenti. Ad oggi sono pochi i film che hanno saputo essere buone trasposizioni di videogiochi, sono più i videogiochi riveelatisi in grado di trasporre i film da cui derivano, delineando un rapporto fra media potenzialmente esplosivo, ma che non ha ancora trovato una formula universale per non esplodere in mano ai realizzatori. La serie di Resident Evil è un brand in cerca della propria identità: distaccatasi fin dall’inizio dal videogioco, la versione cinematografica ha puntato tutto sul personaggio di Alice (Milla Jovovich), creata ad hoc per diventare protagonista di una narrazione sci-fi/action/horror i cui riferimenti al gioco sono concreti solo nel secondo capitolo. Sul grande schermo la serie è giunta oggi al quinto episodio, tornando nelle mani di Paul W.S. Anderson, che ne aveva diretto il primo e il quarto adattamento.
Recensione di Prometheus
Nel 1979 Ridley Scott ha settato degli standard di un genere, che fonde la fantascienza con l’horror per esprimere in qualche modo la paura dell’ignoto atavicamente radicata nel genere umano. Con Prometheus il regista britannico torna a far riferimento a quella paura, declinandola nel suo corrispettivo gnoseologico: la volontà di conoscere, di scoprire e di avvicinarsi alle risposte che da sempre l’uomo cerca: chi siamo? Da dove veniamo? Queste le premesse teoriche di un film che, seppur incapace di inserirsi pienamente nella serie di Alien, di cui rappresenta una sorta di prequel/spin-off ambientato decenni dopo l’originale, non manca di spunti di riflessione legati ad esso indirettamente, ponendo in autonomia le basi di una ricerca che, possiamo dirlo senza sorprendere nessuno, non porta ad alcun risultato certo.
Recensione di Elles
Un’affermata giornalista, due ragazze molto diverse accomunate dalla stessa attività, una situazione di crisi famigliare evidente. Sono questi gli ingredienti che Malgoska Szumowska mescola in Elles, film che vede protagoniste Juliette Binoche, Anaïs Demoustier e Joanna Kulig.
L’inchiesta condotta da Ann (Juliette Binoche) cerca di fare luce sul fenomeno della prostituzione fra le giovani universitarie, che trovano in questa pratica un modo per finanziare i propri studi e persino di ottenere una piena indipendenza economica.
Recensione di The way back
Nel 1939 Janusz (Jim Sturgess), un tenente dell’esercito polacco, è accusato di spionaggio e condannato a 25 anni di lavori forzati presso un gulag siberiano, dopo aver visto la propria moglie costretta ad accusarlo. La vita in Siberia è estrema, le condizioni in cui è costretto a sopravvivere tali da rendere impossibile sperare di giungere alla fine della pena. Per questo, assieme ad altri sei carcerati di varia nazionalità, organizza l’evasione dal gulag. È il 1941, assieme ai suoi compagni Janusz si avventura in una disperata fuga, che li porta a percorrere migliaia di chilometri, attraversando la Siberia fino al confine con la Mongolia e oltre, attraverso il deserto del Gobi, fino ad arrivare in India nel 1942, dopo aver affrontato fame, gelo, malattie e la morte di diversi compagni.
Recensione di Detachment – Il distacco
“E non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me stesso e al contempo così presente nel mondo”. Con questa citazione da Camus si apre film di Tony Caye, già autore di American History X, che si presenta come un’opera interpretabile su più livelli.
Henry Barthes (Adrien Brody) è un supplente, un professore “a tempo” che accompagna per una parte dell’anno scolastico ragazzi di scuole diverse, senza mai prendere in carico la loro educazione per periodi prolungati. Il distacco è la principale caratteristica dell’uomo, che sembra non sentirsi coinvolto da nulla di quanto la vita gli presenta, malgrado la situazione che si trova ad affrontare sia tutt’altro che neutra: l’incarico assunto è in una scuola di un quartiere disagiato, frequentata da ragazzi senza prospettive o speranze, suo nonno è in un ospizio in cui si prendono malamente cura di lui e, come se questo non bastasse, il professore si ritrova ad accogliere in casa e curare una prostituta minorenne.
Recensione di Rock of Ages
“Take me down to the Paradise City, where the grass is green and the girls are pretty”. La Los Angeles della fine degli anni ’80 era sicuramente il luogo in cui qualsiasi aspirante rockstar doveva andare, sudandosi il diritto di salire su un palco e costruire la propria fama. Rock of Ages, del regista di Hairspray Adam Shankman, è la celebrazione del mito dell’hard rock, adattamento cinematografico dell’omonimo musical che tanto successo aveva già ottenuto a Broadway e che sul grande schermo trova una nuova, efficace rielaborazione.
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Recensione di Le Paludi della Morte
La musica dolente composta da Dickon Hinchcliffe, un blues che rimanda immediatamente al sud degli Stati Uniti, ci introduce nella realtà di Mike Souder (Sam Worthington) e Brian Heigh (Jeffrey Dean Morgan), detective della omicidi nella tutt’altro che ridente Texas City. I due sono personaggi molto diversi: iracondo e nervoso il primo quanto apparentemente calmo e accomodante il secondo, presentano entrambi una tensione interiore molto forte, alimentata anche dai fatti sui quali si trovano ad indagare: vicino alla città, fuori dalla loro giurisdizione, esiste un luogo inquietante, i cosiddetti Killing Fields, un’area paludosa in cui vengono rinvenuti numerosi cadaveri di giovani donne. La differenza di vedute rispetto al loro grado di coinvolgimento nel caso e le diverse piste sulle quali i due scelgono di indagare, anche a causa del coinvolgimento dell’ex moglie di Mike (Jessica Chastain), sembrerebbe accentuare la distanza fra i due. Tuttavia la coppia si troverà spalla a spalla nel momento in cui viene rapita Ann (Chloe Grace Moretz), una ragazzina del posto che nessuno dei due intende far diventare l’ennesima vittima delle paludi.
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