Recensione di Resident Evil: Retribution

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Creare un videogioco e realizzare un film sono due cose molto diverse, che implicano competenze, modalità di fruizione, approcci differenti. Ad oggi sono pochi i film che hanno saputo essere buone trasposizioni di videogiochi, sono più i videogiochi riveelatisi in grado di trasporre i film da cui derivano, delineando un rapporto fra media potenzialmente esplosivo, ma che non ha ancora trovato una formula universale per non esplodere in mano ai realizzatori. La serie di Resident Evil è un brand in cerca della propria identità: distaccatasi fin dall’inizio dal videogioco, la versione cinematografica ha puntato tutto sul personaggio di Alice (Milla Jovovich), creata ad hoc per diventare protagonista di una narrazione sci-fi/action/horror i cui riferimenti al gioco sono concreti solo nel secondo capitolo. Sul grande schermo la serie è giunta oggi al quinto episodio, tornando nelle mani di Paul W.S. Anderson, che ne aveva diretto il primo e il quarto adattamento.

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Recensione di Prometheus

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Nel 1979 Ridley Scott ha settato degli standard di un genere, che fonde la fantascienza con l’horror per esprimere in qualche modo la paura dell’ignoto atavicamente radicata nel genere umano. Con Prometheus il regista britannico torna a far riferimento a quella paura, declinandola nel suo corrispettivo gnoseologico: la volontà di conoscere, di scoprire e di avvicinarsi alle risposte che da sempre l’uomo cerca: chi siamo? Da dove veniamo? Queste le premesse teoriche di un film che, seppur incapace di inserirsi pienamente nella serie di Alien, di cui rappresenta una sorta di prequel/spin-off ambientato decenni dopo l’originale, non manca di spunti di riflessione legati ad esso indirettamente, ponendo in autonomia le basi di una ricerca che, possiamo dirlo senza sorprendere nessuno, non porta ad alcun risultato certo.

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Recensione di Elles

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Un’affermata giornalista, due ragazze molto diverse accomunate dalla stessa attività, una situazione di crisi famigliare evidente. Sono questi gli ingredienti che Malgoska Szumowska mescola in Elles, film che vede protagoniste Juliette Binoche, Anaïs DemoustierJoanna Kulig.

L’inchiesta condotta da Ann (Juliette Binoche) cerca di fare luce sul fenomeno della prostituzione fra le giovani universitarie, che trovano in questa pratica un modo per finanziare i propri studi e persino di ottenere una piena indipendenza economica.

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Recensione di The way back

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Nel 1939 Janusz (Jim Sturgess), un tenente dell’esercito polacco, è accusato di spionaggio e condannato a 25 anni di lavori forzati presso un gulag siberiano, dopo aver visto la propria moglie costretta ad accusarlo. La vita in Siberia è estrema, le condizioni in cui è costretto a sopravvivere tali da rendere impossibile sperare di giungere alla fine della pena. Per questo, assieme ad altri sei carcerati di varia nazionalità, organizza l’evasione dal gulag. È il 1941, assieme ai suoi compagni Janusz si avventura in una disperata fuga, che li porta a percorrere migliaia di chilometri, attraversando la Siberia fino al confine con la Mongolia e oltre, attraverso il deserto del Gobi, fino ad arrivare in India nel 1942, dopo aver affrontato fame, gelo, malattie e la morte di diversi compagni.

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Recensione di Detachment – Il distacco

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E non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me stesso e al contempo così presente nel mondo”. Con questa citazione da Camus si apre film di Tony Caye, già autore di American History X, che si presenta come un’opera interpretabile su più livelli.

Henry Barthes (Adrien Brody) è un supplente, un professore “a tempo” che accompagna per una parte dell’anno scolastico ragazzi di scuole diverse, senza mai prendere in carico la loro educazione per periodi prolungati. Il distacco è la principale caratteristica dell’uomo, che sembra non sentirsi coinvolto da nulla di quanto la vita gli presenta, malgrado la situazione che si trova ad affrontare sia tutt’altro che neutra: l’incarico assunto è in una scuola di un quartiere disagiato, frequentata da ragazzi senza prospettive o speranze, suo nonno è in un ospizio in cui si prendono malamente cura di lui e, come se questo non bastasse, il professore si ritrova ad accogliere in casa e curare una prostituta minorenne.

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Recensione di Rock of Ages

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Take me down to the Paradise City, where the grass is green and the girls are pretty”. La Los Angeles della fine degli anni ’80 era sicuramente il luogo in cui qualsiasi aspirante rockstar doveva andare, sudandosi il diritto di salire su un palco e costruire la propria fama. Rock of Ages, del regista di Hairspray Adam Shankman, è la celebrazione del mito dell’hard rock, adattamento cinematografico dell’omonimo musical che tanto successo aveva già ottenuto a Broadway e che sul grande schermo trova una nuova, efficace rielaborazione.

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Recensione di Le Paludi della Morte

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La musica dolente composta da Dickon Hinchcliffe, un blues che rimanda immediatamente al sud degli Stati Uniti, ci introduce nella realtà di Mike Souder (Sam Worthington) e Brian Heigh (Jeffrey Dean Morgan), detective della omicidi nella tutt’altro che ridente Texas City. I due sono personaggi molto diversi: iracondo e nervoso il primo quanto apparentemente calmo e accomodante il secondo, presentano entrambi una tensione interiore molto forte, alimentata anche dai fatti sui quali si trovano ad indagare: vicino alla città, fuori dalla loro giurisdizione, esiste un luogo inquietante, i cosiddetti Killing Fields, un’area paludosa in cui vengono rinvenuti numerosi cadaveri di giovani donne. La differenza di vedute rispetto al loro grado di coinvolgimento nel caso e le diverse piste sulle quali i due scelgono di indagare, anche a causa del coinvolgimento dell’ex moglie di Mike (Jessica Chastain), sembrerebbe accentuare la distanza fra i due. Tuttavia la coppia si troverà spalla a spalla nel momento in cui viene rapita Ann (Chloe Grace Moretz), una ragazzina del posto che nessuno dei due intende far diventare l’ennesima vittima delle paludi.

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Recensione di Chronicle

DF-05338 - Andrew (Dane DeHaan) succumbs to his darker nature as his telekinetic powers become stronger.

Realizzato da due figli d’arte che rispondo ai nomi di Josh Trank e Max Landis, Chronicle è un’interessante opera prima, che mescola e gioca con diversi generi e forme del cinema, richiamando fortemente film come Cloverfield e District 9.

Andrew è il classico liceale timido e impacciato, con il quale il destino sembra essersi accanito: sua madre è gravemente malata, suo padre è un alcolizzato violento e fuori di casa il ragazzo è vittima degli scherzi dei compagni di classe e delle angherie e della gentaglia del quartiere. Un giorno Andrew decide di comprare una videocamera e riprendere costantemente quello che gli accade: una sorta di cronaca della sua vita, uno schermo attraverso il quale filtrare una realtà alla quale non si sente capace di adeguarsi. La decisione non è priva di contro-indicazioni: molti sono quelli che non apprezzano un comportamento giudicato strano e molesto, in primis suo padre. Cionondimeno, quest’abitudine gli consente di costruire una testimonianza forte dell’esperienza fuori dal comune che farà in compagnia di suo cugino Matt e dell’amico Steve. Insieme ai due compagni, Andrew entrerà in contatto con un’entità apparentemente aliena, che doterà i tre di straordinari poteri telecinetici. Il dono però dovrà essere usato con attenzione, per evitare che diventi una pesante condanna…

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Recensione di All’Ovest niente di nuovo

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Ispirato al celebre romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria RemarqueAll’ovest niente di nuovo è un classico della cinematografia americana, un film del 1930, diretto da Lewis Milestone, divenuto celebre per aver vinto l’Oscar sia per il miglior film che per il miglior regista, e per essere una delle più impietose rappresentazioni della realtà della guerra che Hollywood abbia mai proposto al proprio pubblico.

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Recensione di War Horse

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Steven Spielberg torna dietro la macchina da presa per dirigere War Horse, adattamento per il grande schermo del romanzo di Michael Morpurgo, già felicemente trasposto in spettacolo teatrale da Nick Stafford. Protagonista della storia è Joey, cavallo di razza dal temperamento indomito, che viene acquistato da un povero agricoltore (Peter Mullan) a dispetto di condizioni economiche tutt’altro che agiate. Il cavallo fa però la felicità di Albert (Jeremy Irvine), che riesce a domarlo e a conquistarne l’affetto, dando vita ad un’amicizia sincera e così profonda da resistere a qualsiasi avversità. Il destino deciderà infatti di dividere i due allo scoppio della prima guerra mondiale, portandoli entrambi sul fronte, ma su strade diverse. Nel corso dei lunghi anni di guerra Joey vivrà mille difficoltà e passerà spesso di mano, conquistando con le sue qualità personaggi di diversa nazionalità ed estrazione sociale, tutti accomunati da un’umanità che nel contesto della guerra sembra essere diventata un bene molto raro…

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